Numero 2/2011FABIO FRANCESCHI Libertà della Chiesa e laicità dello Stato nell’insegnamento di Benedetto XVI
Numero 1/2011CARMELA VENTRELLA MANCINI La sinfonia di Sacerdotium e Imperium nei concilii generali e particolari dei secoli VI e VII
19 novembre 2025
La preghiera è uno dei cinque pilastri della religione islamica. In essa tutto, ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero, ha un significato. Nelle cinque orazioni islamiche, si consuma il compito spirituale del fedele musulmano prescritto da Muḥammad durante il suo viaggio notturno di ascensione ai cieli (mi'raj). In questo atto, scansione del tempo sacro e principale espressione di ritualità, il fedele dialoga con Allāh in una dimensione di profonda intimità e, da lui, riceve le influenze spirituali che lo trasformano[1].
L’importanza della preghiera, nell’Islam, è fondamentale per il credente. Pur trattandosi di un rito che non richiede inderogabilmente un luogo di culto per il proprio esercizio, si suppone che le masjid (moschee) rappresentino lo spazio privilegiato per l’orazione e che questa si compia, con esattezza, in quelle che vengono indicate con il termine musallā.
È proprio una musallā quella che è stata recentemente inaugurata nell’Università Magna Græcia di Catanzaro[2]. Un luogo di preghiera e raccoglimento, contenuto nelle sue dimensioni, adibito in una stanza inutilizzata a fini didattici, e frutto di un «bisogno reale e profondamente sentito all'interno dell'ateneo, espresso da studenti, personale sanitario e pazienti»[3], secondo quanto riferito dal rettore.
La decisione di quest’apertura, responsiva di un’istanza pervenuta nel 2024 da parte di un gruppo di studenti islamici dell’università[4], è il risultato di una convenzione stipulata tra l’ateneo e l’Associazione Musulmana di Catanzaro “Dar Assalam Odv”, da anni nota sul territorio per l’erogazione di servizi di assistenza spirituale e l’organizzazione di attività religiose di vario tipo[5]. L’inaugurazione dello spazio, peraltro, ha visto la compresenza di rappresentanti dell’Amministrazione comunale, della Polizia di Stato e di alcuni rappresentanti dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace che, con tale gesto, hanno restituito simbolicamente e fattivamente un’immagine esemplare di quel dialogo interreligioso e pacifico oggi tanto auspicato.
In anni precedenti, simili iniziative sono state intraprese da altre istituzioni accademiche. Sale di preghiera o di culto, spazi condivisi di silenzio e ascolto, luoghi multireligiosi o multiculturali, a seconda delle diverse denominazioni a essi attribuiti[6], sono stati aperti anche in altre Università, come quelle di Torino, Milano, Brescia, Parma, Firenze, Padova e, prim’ancora che a Catanzaro, nell’Università della Calabria[7]. E la loro apertura ha suscitato polemiche politiche relative al rispetto della laicità.
I chiarimenti della Corte costituzionale sul punto sono però sufficienti a dissipare i sospetti su eventuali vizi di legittimità. La laicità, come sostenuto nella famosa sentenza n. 203 del 1989, è definibile come non indifferenza «dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale»[8]. L’Università di Catanzaro, in tal senso, ha agito - nel rispetto del principio di autonomia costituzionalmente riconosciuto[9] - non solo non violando la laicità ma, al contrario, realizzandone i fini ultimi. Quella di cui si è resa promotrice è stata una risposta attiva a un’esigenza religiosa manifestata “dal basso” e non può leggersi come un’imposizione di valori, specie se si consideri la compresenza di una cappella cattolica presso la stessa Università[10].
Altra questione, invece, è quella legata alla preservazione dell’identità sollevata soprattutto in ambienti politici. Ma la vera criticità, riguardo questo tema, non sta tanto nel paventato rischio di “sostituzione identitaria”, quanto nel rendere pubblico questo timore, sovraccaricandolo di negatività e imminenza. Uno sguardo ai saperi offerti dal mondo della sociologia e della psicologia sarebbe sufficiente a capire che le identità non si perdono con l’incontro, ma si arricchiscono. Bisognerebbe chiedersi, pertanto, se, piuttosto che le aule adibite alla preghiera all’interno delle università, siano invece proprio i sofismi della polemica politica a mostrarsi incompatibili con la libertà religiosa e il principio di laicità.
Perché instillare il senso del pericolo giocando sull’identità? Oltre a nascondere un interesse politico, questa strategia sembrerebbe scaturire da una visione distorta (e distorcente) della realtà. Essa, grazie ad alcuni stratagemmi comunicativi tautologici[11], riesce a convertire timori infondati in paure reali. Basta centrarsi sulla diversità con topoi vari, come quello della dittatura delle minoranze, dell’islamizzazione delle società, della delinquenza e, improvvisamente, il gioco è fatto. Quella diversità percepibile universalmente ogni qualvolta si superi la soglia del “me stesso” si trasforma, reificandosi nella diversità culturale che divide un “noi” da un “loro”. Non importa se “loro” vivono in Italia da quando sono nati: il mito romantico del sangue, con annesse varie e incurabili deformazioni geneticoculturali, si presume indissociabile dalla persona. Come a dire: “chi nasce islamico, non può morire laico, o cristiano”. Pertanto, l’adattamento ai “nostri valori” – altro luogo comune frequente nel discorso pubblico - diviene il dogma sacro a cui è impossibile rinunciare se ci si vuole integrare.
Ma qual è la “nostra identità”? Quali sono “i nostri principi”? Non sono, forse, la volontà di includere gli altri e quella di promuovere il dialogo interreligioso due dei maggiori principi e valori identitari rappresentativi della cultura italiana? La storia della penisola è quella di un incredibile melting pot di diversità etniche, linguistiche e culturali[12]. Può darsi che per questa ragione, nei commenti rivolti all’apertura della musallā nell’Università di Catanzaro, si è fatto notare che è inconcepibile lasciare spazio a «una religione che ci considera infedeli, che perseguita gli omosessuali, che non ha stipulato accordi con lo Stato e che considera la donna un essere inferiore». E ci si è chiesti, poi, «cosa succederà alle studentesse? Assisteremo al paradosso per cui potranno frequentare le lezioni insieme ai colleghi maschi ma se vorranno pregare nella moschea saranno segregate in spazi appositi? Questa non è integrazione, ma sottomissione»[13].
Proprio perché “maestri” di tolleranza, gli italiani devono evitare a tutti i costi il paradosso popperiano e mostrarsi inderogabilmente “intolleranti con gli intolleranti”[14]. Forse è questa la conclusione deducibile dalle polemiche. Peccato, però, che l’accettazione dell’omosessualità è generalmente refutata da tutte le religioni monoteistico-abramitiche[15], non solo quella islamica. Peccato, poi, che l’accusa della sottomissione femminile, più che fungere da difesa della donna islamica, appare un’afflizione concettuale di chi pretende di decidere per essa definendo cosa sia per lei giusto, e cosa no[16]. Peccato, inoltre, che l’art. 8 della Costituzione parli di “eguale libertà”, rendendo forse poco appropriato il riferimento ai mancati accordi della confessione con lo Stato. E peccato, infine, che i fedeli di tutte le religioni vissute come portatrici di verità assolute, con più o meno fervore, chiamano “infedele” chi non la pensa loro.
Allora, quali sono i “nostri valori” e i “nostri principi”? A voler dare una risposta a questa domanda, credo si possa affermare che l’identità, centro di convergenza di quei valori e principi, sia anzitutto una scelta soggettiva[17]. Il suo essere frutto di una libertà del soggetto è tuttavia condizionato dalla socialità di questi, cosicché identità e cultura, socializzazione e individualità, si creano e ricreano, mutano costantemente nel flusso del divenire. I problemi, tutt’al più, scaturiscono dai tentativi di forzare od osteggiare quel flusso, operando a discapito della libertà soggettiva. O, ancora meglio, operando a detrimento di alcune tipologie di soggettività, ovverosia quelle culturalmente ritenute “inconciliabili” con la cultura autoctona.
Quanto accaduto nell’Università di Catanzaro è invece esempio di apertura verso le libertà. La musallā inaugurata è un luogo per musulmani, ma non per questo chiuso e interdetto ad altri. I problemi di legittimità sollevati, che hanno portato a un’interrogazione parlamentare, riguardavano il cartello di ingresso del luogo, perché riportante la parola “moschea”. È stato quel termine a dare gli albori a preoccupazioni, timori e valutazioni politiche sulle identità, sui valori e sui principi. Conclusosi l’iter avviato dall’interrogazione, si è potuto però constatare come non vi fosse stata alcuna violazione delle normative, né tantomeno alcuna violazione della laicità. La stanza è rimasta, così come la sua destinazione d’uso. Il cartello d’ingresso è stato rimosso[18].
Il termine utilizzato aveva una valenza puramente simbolica, dato che “moschea”, oltre a un comune rimando cognitivo all’idea di “luogo di culto”, rappresenta, soprattutto per gli islamici, l’immagine di uno spazio semanticamente riempito di socialità e coesione, spiritualità, e solidarietà[19]. La permanenza del luogo, nominalismi a parte, è in ogni caso dimostrazione di propositività verso i valori costituzionali. Garantire la libertà, infatti, permette il libero manifestarsi della più sentita e profonda identità personale. Impedirne l’espressione, invece, rappresenta il presupposto delle violenze[20]. Per cui, anche qualora si volesse analizzare l’iniziativa catanzarese dalla prospettiva di chi pianifica la sicurezza sul territorio, essa andrebbe interpretata come un passo verso il contrasto alle derive fondamentaliste, e non come un potenziale problema di sicurezza o di sostituzione identitaria[21].
I tentativi di perimetrare l’identità di un popolo, riducendone la portata semantica/semiotica, e facendola così orbitare su valori prefissati e scelti dall’alto di una presa di posizione politica, culminano, al contrario, in una violazione (seppur simbolica) della libertà religiosa e della laicità. Violazione simbolica della laicità[22] si ha, anzitutto, perché chi parla di “nostra identità” sta delineando ciò che è “nostro” arrogandosi il diritto di parlare per tutti.
Violazione simbolica della libertà religiosa, invece, si ha soprattutto perché ogni azione di contrasto alla libertà religiosa, sia essa discorsiva o pragmatica, comporta il rischio o l’effettività di una compressione che, in ultima istanza, non fa altro che aumentare le violenze.
Se la linea che congiunge libertà religiosa e sicurezza fosse un elastico, la retorica securitaria e identitaria potrebbe essere rappresentata come un tentativo di tirare l’elastico verso la sicurezza. Qualora il vigore di questa tirata fosse preminente, l’elastico potrebbe spezzarsi e l’onda d’urto, oltre a far volare via la libertà, potrebbe respingere indietro l’elastico stesso verso la sicurezza, apportando un danno all’incolumità fisica di quanti lo hanno tirato.
Risultato: meno libertà, meno sicurezza… Quale identità?
Ignazio Barbetta
[1] AḤMAD ‘ABD AL-WALIYY VINCENZO, Islam, l’altra civiltà, Mondadori, Milano, 2001, pp. 41-43.
[2] Vedi i seguenti siti: https://www.ilsole24ore.com/art/moschea-universita-lega-rischio-islamizzazione-AHoHKyND e https://www.open.online/2025/10/27/universita-catanzaro-moschea-musulmani-polemica/
[3] Si parla di “pazienti” perché l’area individuata per il luogo di culto è quella dell’edificio di bioscienze.
[4] Cfr. https://web.unicz.it/it/news/124360/inaugurazione-spazio-di-preghiera-per-la-comunita-di-religione-islamicadell-umg-il-messaggio-del-rettore-prof-giovanni-cuda
[5] Qui le dichiarazioni rilasciate dal rettore, riportate sul sito dell’Università: https://web.unicz.it/it/news/124751/ilrettore-dell-umg-giovanni-cuda-nessuna-moschea-uno-spazio-di-preghiera-per-i-membri-della-comunita-universitaria
[6] Sulla differenza tra spazio e luogo, e sulle problematiche giuridiche legate alla reificazione di categorie nella determinazione semantica dei luoghi di culto, si rinvia a MELISA LIANA VAZQUEZ, La Torre di Pisa e la Moschea ‘fuori luogo’. Libertà, diritti e spazio nella giurisprudenza costituzionale sui luoghi di culto, in Diritto e religioni, anno XVII, n. 1, 2022, pp. 54-134.
[7] Sulle specifiche esperienze dei luoghi di culto/preghiera nelle università italiane, si rinvia a GIUSEPPINA SCALA, Gli spazi di accoglienza multireligiosa nel sistema universitario italiano, in Stato, Chiese e Pluralismo confessionale, n. 13 del 2024, pp. 61-80.
[8] Sul tema, si vedano anche le seguenti sentenze della stessa Corte: n. 259 del 1990; nn. 195 e 421 del 1993; sent. n. 235 del 1997; sent. n. 63 del 2016.
[9] A scopi puramente descrittivi rispetto alle generali implicazioni pragmatiche della vita di quel principio nelle università, rinvio a BENIAMINO CARAVITA, L’autonomia universitaria oggi, in AIC, n. 6, 2021, pp. 6-40.
[10] Si veda il seguente link: https://web.unicz.it/it/news/19577/inaugurazione-nuova-cappella-universitaria
[11] Sul punto, si rinvia ad ALESSANDRO DAL LAGO, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano, 2024.
[12] PAOLA CORTI, MATTEO SANFILIPPO, L’italia e le migrazioni, Laterza, Bari, 2012.
[13] Le citazioni sono estratte dagli stessi articoli di giornale indicati nella nota n. 3.
[14] KARL R. POPPER, La società e i suoi nemici, vol. unico, a cura di D. Antiseri, trad. da R. Pavetto, Armando editore, Roma, 2018.
[15] Sul punto si veda DANIELE FERRARI, Libertà religiosa e orientamento sessuale. Percorsi e sfide nel diritto internazionale ed europeo, il Mulino, Bologna, 2023.
[16] MARTA C. NUSSBAUM, La nuova intolleranza. Superare la paura dell’islam e vivere in una società più libera, prefazione di STEFANO RODOTÀ, trad. di S. De Petris, il Saggiatore, Milano, 2012, soprattutto pp. 123-130, con riferimento alla retorica della subordinazione all’uomo dedotta dall’uso del velo islamico.
[17] ZYGMUNT BAUMAN, Intervista sull’identità, a cura di BENEDETTO VECCHI, Editori Laterza, Roma-Bari, 2003.
[18] Si veda il seguente link: https://www.tgcom24.mediaset.it/2025/video/lega-smantellata-la-moschea-nell-universitadi-catanzaro-rettore-rimossa-solo-targa-errata-_105641515-02k.shtml
[19] ANTONIO CUCINIELLO, Luoghi di culto islamici in Italia: tipologie e dati, in Fondazione ISMU, 2017, pp. 1-16.
[20] Proporrei due opere suggestive rispetto al tema della relazione tra oppressione delle libertà e violenze. Sul tema libertà, in termini generali, rimando a ISAIAH BERLIN, Libertà. A cura di Henry Hardy. Con un saggio di Ian Harris su Berlin e i suoi critici, versione italiana a cura di M. Ricciardi, trad. da G. Rigamonti e M. Santambrogio, Feltrinelli, Milano, 2010; sul tema dell’oppressione delle libertà come presupposto della violenza, in termini psicologici e psicosociali, si vedano, invece: FRANTZ FANON, The Wretched of the Heart, prefazione di J.P. Sartre, trad. da C. Farrington, Grove Press, New York, 1963, soprattutto pp. 249 ss; XENIA CHRYSSOCHOOU, Diversità culturali. Psicologia sociale della differenza, a cura di C. Volpato, UTET, Milano, 2010.
[21] Cfr. MAURO BARBERIS, Non c’è sicurezza senza libertà. Il fallimento delle politiche antiterrorismo, il Mulino, Bologna, 2017; FABRIZIO BATTISTELLI, La sicurezza e la sua ombra. Terrorismo, panico, costruzione della minaccia, Donzelli editore, Roma, 2016; NICOLA COLAIANNI, Libertà di religione e sicurezza. Il test del terrorismo, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, fasc. n. 8, 2023, pp. 17-31, soprattutto pp. 19-22. Per generici riferimenti a riguardo, si veda ANTONELLO DE OTO (a cura di), Terrorismo di matrice religiosa, sicurezza e libertà fondamentali, Bologna University Press, Bologna, 2023. Si vedano i seguenti siti: https://home-affairs.ec.europa.eu/system/files/202111/EU%20Quick%20Guide%20to%20support%20protection%20of%20Places%20of%20Worship_it.pdf ;https://www.osce.org/files/f/documents/e/5/575167.pdf
Sul tema generale del rapporto tra libertà religiosa e sicurezza si rinvia, inoltre, a ROBERTO MAZZOLA, La convivenza delle regole. Diritto, sicurezza e organizzazioni religiose, Giuffré editore, Milano, 2005; e GABRIELE FATTORI, Libertà religiosa e sicurezza, con la prima traduzione italiana delle Linee Guida OSCE 2019 su Libertà di religione o convinzione e sicurezza, Pacini Giuridica, Pisa, 2021.
[22] Dato che laicità vuol anche dire pluralismo dei valori. In tal senso, si rinvia a GIOVANNI BONIOLO (a cura di), Laicità. Una geografia delle nostre radici, Einaudi, Torino, 2006.


