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RIASSUNTO
Il contributo analizza il ruolo svolto dalla confessione sacramentale e dalle missioni popolari nel processo di recezione della riforma tridentina nel Mezzogiorno d’Italia tra XVI e XVIII secolo. In un contesto caratterizzato dalla complessità dei rapporti tra Chiesa e potere civile, dalla persistenza di tradizioni religiose eterogenee e dalla limitata diffusione delle istanze protestanti, l’attuazione del Concilio di Trento assunse forme originali, orientate più alla cristianizzazione del territorio e al disciplinamento sociale che al contrasto diretto dell’eresia. Attraverso l’azione di Gesuiti, Francescani, Cappuccini e altri ordini missionari, la predicazione itinerante, la pratica della confessione e la diffusione dei catechismi divennero strumenti privilegiati di formazione delle coscienze e di integrazione delle comunità locali nei nuovi modelli religiosi post-tridentini. Parallelamente, confraternite, congregazioni laicali e Monti di Pietà contribuirono a creare reti di solidarietà, assistenza, credito e partecipazione civica, incidendo profondamente sul tessuto sociale ed economico delle comunità meridionali. L’articolo evidenzia come tali esperienze, pur nate con finalità prevalentemente pastorali e disciplinari, abbiano prodotto effetti che travalicavano le intenzioni originarie della Chiesa, favorendo processi di promozione umana, educazione civica e sviluppo sociale. La missione post-tridentina si configurò così come un laboratorio di trasformazione religiosa e culturale, capace di incidere durevolmente sulla storia del Mezzogiorno.
PAROLE CHIAVE
Missioni post-tridentine; Italia meridionale (Mezzogiorno).


